CASE DELLA COMUNITÀ, UIL FP VENETO: “NON SI SVUOTANO I PRONTO SOCCORSO SENZA UN TERRITORIO CHE FUNZIONA”
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Gottardi: “Medici di famiglia fondamentali, ma servono anche infermieri, OSS, assistenti sociali e amministrativi. Anziani, fragili e famiglie hanno bisogno di servizi vicini, accessibili e realmente operativi” - Venezia, 9 giugno 2026 - Le Case della Comunità rappresentano una delle sfide più importanti per il futuro della sanità territoriale. L’obiettivo è avvicinare i servizi ai cittadini, rafforzare la presa in carico delle persone fragili e croniche, garantire risposte più rapide ai bisogni di salute e ridurre la pressione sui Pronto Soccorso. Una prospettiva importante, che però rischia di rimanere incompleta se il confronto continuerà a concentrarsi quasi esclusivamente sulla presenza dei medici di medicina generale, senza affrontare con la stessa forza il tema del personale necessario a far funzionare concretamente queste strutture. “Il ruolo dei medici di famiglia è fondamentale e nessuno può immaginare una medicina territoriale efficace senza il loro coinvolgimento”, dichiara Stefano Gottardi, Segretario Generale UIL FP Veneto. “Ma le Case della Comunità non possono essere pensate solo come nuovi contenitori o come semplici ambulatori. Devono essere luoghi di presa in carico, orientamento, assistenza, integrazione sociosanitaria e continuità delle cure. Per questo servono équipe complete, composte da medici, infermieri, operatori socio-sanitari, assistenti sociali, personale amministrativo, tecnici e tutte le figure necessarie a garantire servizi reali ai cittadini”. Il nodo, secondo il sindacato, è quindi organizzativo e programmatorio. Se le Case della Comunità devono entrare pienamente in funzione secondo le scadenze previste dal PNRR, la domanda da porsi non è solo dove saranno collocate o quali medici vi opereranno, ma con quali organici saranno garantiti i servizi, con quali turni, con quali competenze e senza indebolire reparti ospedalieri, distretti, assistenza domiciliare e presidi territoriali già oggi in difficoltà. “Oggi infermieri e OSS sono sempre più difficili da reperire”, prosegue Gottardi. “Se non viene costruito un piano serio, il rischio è quello di spostare personale da un servizio all’altro: si apre una struttura, ma se ne impoverisce un’altra. Questo non significa rafforzare il territorio, significa redistribuire la carenza. La politica deve porsi seriamente questa domanda: dove troviamo il personale necessario? Da dove lo prendiamo? E soprattutto, come rendiamo nuovamente attrattive queste professioni?”. La questione riguarda direttamente i cittadini, in particolare le persone anziane, fragili e non autosufficienti. In una popolazione che invecchia sempre di più, molte persone fanno fatica a spostarsi, dipendono dai familiari o da chi le accudisce e hanno bisogno di una sanità vicina, comprensibile e accessibile. L’assenza di una vera sanità di prossimità non colpisce solo il singolo cittadino, ma mette in difficoltà intere famiglie, caregiver e reti di assistenza quotidiana. A questo si aggiunge un altro problema concreto: quando anche l’accesso alla guardia medica diventa complicato e subordinato alla necessità di fissare un appuntamento, molte persone rinunciano, si scoraggiano o finiscono per rivolgersi direttamente al Pronto Soccorso. Un meccanismo che rischia di dirottare sull’ospedale bisogni che dovrebbero trovare risposta nel territorio. “Non si svuotano i Pronto Soccorso senza un territorio che funziona”, sottolinea Gottardi. “Non possiamo chiedere ai cittadini di non andare in Pronto Soccorso se prima non costruiamo alternative vere, vicine e facilmente accessibili. Le persone devono sapere dove andare, quando andare, quali servizi trovano e quali professionisti possono prendersi carico del loro bisogno. Altrimenti il Pronto Soccorso resta l’unica porta percepita come sempre aperta, con il risultato di intasare strutture già sotto pressione e aumentare ulteriormente il carico su lavoratrici e lavoratori”. Le Case della Comunità possono diventare uno strumento decisivo per migliorare la sanità territoriale, ma solo se accompagnate da una strategia reale sul personale e sull’organizzazione dei servizi. Edifici, tecnologie e finanziamenti del PNRR sono strumenti importanti, ma non possono sostituire il lavoro quotidiano delle persone che garantiscono assistenza, accoglienza, cura, orientamento e continuità. “Non vogliamo alimentare polemiche”, conclude Gottardi. “Vogliamo contribuire a una soluzione. Proprio per questo chiediamo una valutazione complessiva: servono personale, assunzioni, valorizzazione professionale, formazione, organizzazione e informazione chiara ai cittadini. Le Case della Comunità possono essere una grande opportunità, ma devono partire con basi solide. Altrimenti il rischio è creare aspettative che poi ricadranno ancora una volta sui cittadini e sul personale sanitario, sociosanitario e amministrativo”.